La mostra: Il fascino dell'Egitto

Il nome della mostra non sembrerebbe il più appropriato nel momento politico e sociale così critico che l'Egitto sta attraversando eppure il mondo sta guardando con il fiato sospeso alla crisi egiziana proprio per quel "fascino" che la terra dei faraoni ha esercitato e continua ad esercitare su tutto l'occidente. Un fascino che dal Medio Evo ad oggi non è mai venuto meno, nel bene e nel male, considerando anche il saccheggio perpetrato ai suoi danni, quando principi ed intellettuali, ma anche avventurieri di pochi scrupoli, si contendevano "pezzi" di rara bellezza, vuoi per farne mercato vuoi per approfondire la conoscenza sull'antica civiltà. Di scempi ne sono stati fatti tanti. Uno lo troviamo persino come immagine simbolo della grande mostra che si inaugurerà il prossimo 12 marzo (fino al 2 ottobre) ad Orvieto.
É il profilo di Osiride, un pezzo di calcare dipinto di circa 30 centimetri, staccato da una tomba nella Valle dei Re dal conte Massimiliano Strozzi che a suo tempo se lo portò a casa. E si guardò bene dal mettere a disposizione della collettività. Così hanno fatto altri imperatori e potenti appropriandosi di obelischi, mummie, sarcofaghi e corredi funerari, testimonianze materiali di una civiltà di 4000 anni. Dalla fine del '700 a tutto l'800 l'Egitto è stato battuto palmo a palmo anche da ricercatori italiani, ed è proprio questo il punto di partenza che le due curatrici della mostra orvietana, Elvira D'Amicone (Soprintendenza archeologica del Piemonte e Museo Egizio di Torino) e Massimiliana Pozzi (Società Cooperativa Archeologica) hanno scelto per dare un taglio originale all'esposizione, ben evidenziato dal sottotitolo
"Il ruolo dell'Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell'antico Egitto."
"Abbiamo lavorato due anni" precisa la Pozzi presente alla conferenza stampa nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia"su come raccontare la storia degli egittologi italiani. A cominciare da Ernesto Schiapparelli (ma anche Carlo Vidua, Giuseppe Acerbi, Luigi Vassalli e tanti altri) che ha scoperto la tomba di Nefertari e la sepoltura di Kha, l'architetto reale. "Scavi lungimiranti considerati i tempi, era l'inizio del '900, perché Schiapparelli aveva portato con sé un antropologo e un fotografo". Dunque la mostra, ricca di 250 reperti, dai sarcofaghi alle vesti di lino ritrovate intatte con ancora la plissettatura originale, cammina sulle tracce delle missioni archeologiche italiane, in evidente omaggio ai 150 anni di Unità d'Italia. "Il fascino dell'Egitto" avrà due padri, la Fondazione del Museo Claudio Faina e la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto (costo dell'allestimento intorno ai 150 mila euro) ed anche due sedi, una nel museo orvietano e l'altra nel vicino Palazzo Coelli. Il progetto espositivo studiato con accuratezza dallo scenografo Angelo Cucchi esce dagli schemi usuali della semplice presentazione dei reperti all'interno di bacheche protettive. Le mummie , i sarcofaghi, il vasellame, gli amuleti il più delle volte verranno contestualizzati per dare una visione più allargata e ovviamente più scenografica degli oggetti in buona parte completamente inediti perché provenienti dai magazzini del Museo Egizio di Torino, esposti per la prima volta dopo il loro restauro. "é una mostra originale" ha precisato l'assessore regionale Bracco "non una mostra di giro. É stata fatta e pensata per le due sedi di Orvieto. Una mostra di grande attualità nel momento in cui tutto il mondo è preoccupato per le sorti dell'Egitto e del suo inestimabile patrimonio culturale". L'assessore ha inoltre ricordato il legame stretto tra l'Umbria e il Museo Egizio di Torino che ha avuto dal 1871 al 1893 come direttore il perugino Ariodante Fabretti, archeologo specializzato in numismatica, nonché senatore del Regno d'Italia che ha lasciato un catalogo del museo che è ancora oggi un importante punto di riferimento.


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