Giorgio Conte, chitarrista e cantante di razza e di rango, fratello dle più celebre Paolo con il quale ha condiviso persino la professione di avvocato, sarà ad Orvieto giovedì e venerdì in una due giorni che culminerà in un concerto in duo al Mancinelli.
Lei è un cantautore a cui però forse va stretta questa definizione, data la sua passione per la poesia e la letteratura.
Forse il suo progetto più completo è stato il "Contestorie", un album di otto brani con un allegato di poesie, racconti e aforismi.
Continua ancora a percorrere quella direzione?
"Dopo Contastorie - risponde Giorgio Conte - ho pubblicato "Sfogliar verze" pubblicato da Excelsior 1881, quindi ho rincarato la dose come narratore, adesso sto finendo un libro di più alto respiro.
Ho questa velleità di scrivere cose che siano più lunghe di una canzone. La canzone ha il giusto fascino della sintesi, però a volte si ha la necessità di andare oltre."
Lei insieme a suo fratello Paolo e anche da solo ha prestato la sua firma a interpreti vari…
"Vero. Abbiamo iniziato insieme l'avventura nel Clan Celentano all'inizio come ragazzi di bottega, poi mano a mano sono arrivati gli interpreti più grandi, come Mina, Ornella Vanoni, Milva, Patty Pravo."
C'è nelle sue canzoni un certo gusto del parossismo e soprattutto dell'ironia. Qual è il limite che divide il drammatico dal grottesco?
" Il grottesco è un drammatico comico. Quindi direi che la risposta è già lì."
Quanto deve agli chansonnier?
"Io mi sono nutrito degli chansonnier, i primi tempi scrivevo testi in francese.
L'italiano di allora era usato molto male con una dose di banalità con le rime baciate. Poi mi sono reso conto che l'italiano ha il suo fascino. All'estero ci adorano."
Lei infatti è forse più conosciuto all'estero che in Italia...
"é un po' il destino. Ma non è stato un calcolo commerciale. Come dire: per la paura di non essere profeti in patria ce ne andiamo all'estero. No, è stata una serie di circostanze che mi ha condotto ad avere più successo all'estero. Credo, comunque, che il mio genere sia appetibile sia in Italia che fuori. Chi ama la canzone, quel bellissimo piccolo componimento in equilibrio tra musica e parole, ama anche me."
Ultimamente pare che stia avendo molto successo in Australia con il bramo "Cannelloni"… "Ho avuto la fortuna di scrivere questo testo in cui immagino o sogno questi cannelloni (era un periodo di dieta) e guarda caso che quando all'estero racconto questo preambolo, si scompisciano dalle risate.
Adesso anche in Australia. Probabilmente è un circuito di italiani all'estero che si sentono rappresentati anche dal cibo. Adesso ho scritto un'altra canzone con il Tirami su, poi mi manca la "Pastiera"… Pensa che sua fratello Paolo le faccia più luce o le faccia più ombra? "Io direi che in un certo senso ci sono due aspetti: chi è venuto a sentirmi la prima volta è venuto a sentirmi sicuramente per curiosità e quindi uno che non abbia un fratello famoso non suscita curiosità.Poi c'è il lato negativo: il fastidio di dover sopportare sempre questa etichetta, però è un prezzo che bisogna pagare".Quanto deve al jazz? "Anche quello è una forma di musica che ho frequentato tantissimo nelle mie canzoni sin da ragazzo.
Quella vena che i francesi chiamano jazzy che non è proprio jazz ma che strizza l'occhio al jazz, nelle mie canzoni c'è tanto swing, c'è tanto ritmo…".
Il Piemonte è terra di confine, pensa che essere astigiano abbia avuto un'influenza sul suo percorso artistico? "Direi di sì, siamo proprio a due passi dai cugini francesi che ci hanno voluto subito adottare, perché hanno capito subito che siamo sulla stessa lunghezza d'onda, abbiamo gli stessi gusti, rispetto della grande canzone francese.
Quando sono stato all'estero o in paesi francofoni come il Canada sono sempre stato accolto come uno di loro e non come l'italiano classico che canta canzoni per emigrati".
É datata l'anno scorso la nascita del duo con Alessio Ciccio Graziani. Come è nata l'idea? "Questa idea è nata dal fatto che Alessio è in grado di fornire una gamma di suoni e di movenze sceniche tutte particolari e che si adattano a colorire il più possibile le canzoni.
É proprio questa grande versatilità che mi ha convinto a portarmelo sul palco e a dirgli: sei tu l'orchestra e avanti così".
Poi c'è il progetto con suo figlio Tommaso e il quartetto de la "foule passion" "sì, io ho la fortuna di avere un figlio che suona magnificamente la chitarra e che considera questo privilegio subordinato agli studi.
Non canta e quindi per fortuna non continuerà la specie. Però ha una tecnica formidabile che si è formato studiando i grandi chitarristi dell'haevy metal e poi passando a chitarristi più umani come Django Reinhardt che è stato il suo modello.
Sperimentiamo brani di Reinhardt e della musica cosiddetta manouche, quella musica un po' zingara". C'è qualcosa che la lega particolarmente in Umbria? "Ricordo posti belli e mistici, francescani. E poi in Umbria non avrò mangiato cannelloni, ma avete un olio fantastico".


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